Il sogno di Stephen Curry

Scritto il 14/08/2018
da Luca Caramelli

Stephen Curry, 2 volte MVP e tre anelli al dito con i Golden State Warriors, ha partecipato per la seconda volta, come amateur, ad un torneo di Golf del Web.com Tour, sfidando nell’Ellie Mae Classic ad Hayward in California, i professionisti di livello appena uno scalino inferiore ai super-big del PGA Tour.

I risultati non sono stati eclatanti; lo scorso anno Curry ha mancato il taglio di 11 colpi, cioè la somma dei colpi dei primi due giorni di gara non è stata sufficiente per arrivare tra coloro che si sono sfidati negli ultimi due giorni per la vittoria del torneo; e non gli è andata meglio quest’anno, quando dopo un primo giorno in cui ha tirato 71 colpi, cioè un colpo in più del par del campo di 70 colpi, nel secondo  ha sofferto arrivando ultimo con 86 colpi, uno score da appassionato della domenica.

Nessuna bocciatura per Curry, chi conosce il golf sa che sono cose che succedono ed il sogno di diventare professionista, al termine della carriera cestistica, può rimanere nel cassetto.

Ma come è possibile che una stella dell’NBA possa sfidare i professionisti del golf?

La passione di Steph è iniziata da bambino, come per moltissimi suoi connazionali.

A differenza dell’Italia in cui il golf è uno sport di nicchia (a fronte di oltre 60 milioni di abitanti vi sono solamente 70.000 praticanti effettivi), negli USA il golf è uno degli sport più popolari con oltre 27 milioni di praticanti e se imparato da bambino, lo “swing” (che è considerato il gesto tecnico più complicato di tutti gli sport escludendo quello del salto con l’asta) diventa un gesto più naturale, che con il talento e l’allenamento può portare a risultati importanti.

Ovviamente il talento a Curry non manca, e dopo i tornei giovanili, ha giocato assiduamente a livello agonistico nei 3 anni antecedenti il suo ingresso nell’NBA, quando ha dovuto ridurre gli allenamenti per il poco tempo a disposizione, ma non eliminare il golf dalla sua vita.

Il golf infatti è assolutamente compatibile con lo sport professionistico; le stringenti regole di comportamento per i giocatori, che normalmente vietano qualsiasi sport alternativo, permettono invece il golf; il rischio infortuni è praticamente nullo ed il consumo di calorie e di energie è relativamente ridotto.

E proprio perché il golf è tra i pochissimi sport consentiti a professionisti di altre discipline, tantissimi sono i giocatori o ex-giocatori con “handicap” vicini al professionismo (l’handicap viene calcolato come differenza media tra i colpi di un giocatore rispetto ai par dei campi nei vari tornei effettuati; più è basso l’handicap e più è alto il valore del giocatore).

Per rimanere nell’NBA, tra quelli in attività i migliori sono considerati Kyle Korver e JR Smith, ma è tra le ex-stelle che troviamo grandissime firme; il più famoso di tutti è Michael Jordan che divide l’handicap più basso con Ray Allen, entrambi a 1, seguiti da Larry Bird, Penny Hardaway e Clyde Drexler con 3 e poi il coach di Curry, Steve Kerr che prima dei problemi fisici era 4, Jerry West e Danny Ainge entrambi a 5 e tantissimi altri, tra cui Bill Russell e Bob Cousy, le stelle dei Celtics di oltre mezzo secolo fa, che fino a pochi anni fa, ad 80 anni suonati giocavano entrambi un eccellente 10 di handicap.

Insomma, grandissimi i nomi che hanno trasferito il loro talento dai parquet ai green, affascinati dalla difficoltà  e dalle sfide continue che questo sport ti lancia; e chissà che Stephen Curry al termine della carriera cestistica, quando potrà dedicare la sua maniacale cura alla preparazione ed all’allenamento esclusivamente al golf, non possa coronare il sogno proibito di diventare anche un professionista dei green; molto difficile, l’età e la concorrenza non lo aiutano, ma perché dovrebbe smettere di sognare?

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